Rendiamo virale l’informazione

È iniziata la scuola e rimetto in moto questo mio blog. Sono tanti i messaggi che mi arrivano, per lo più colleghi, che seguono un caso che non sanno come gestire, o con cui discutiamo di altre difficoltà legate al fantomatico rapporto scuola-famiglia e anche peggio scuola-enti, o vogliamo parlare di scuola-associazioni? In alcuni casi mi sono scontrata con operatori che seguivano bambini nel post scuola assecondando i genitori, e quindi rafforzando in loro l’idea che il proprio figlio fosse “meno grave” di come sosteneva la diagnosi: devo dirvi che il guadagno non guarda in faccia a nessuno? No, oggi non mi va di fare demagogia. E nemmeno raccontarvi di come io abbia costruito con fatica la mia professionalità che terrorizza gli psicologi e gli operatori dell’ASP (mi diverto sempre vederli sudare quando sanno che seguo io il “caso” perché nulla dà più potere della conoscenza). E no, non dirò nemmeno che mi incazzo come una iena pensando che tanti altri “casi” invece vengono seguiti con pressapochismo o peggio ancora “perché tanto è così grave c’è ben poco da fare”. No, lo sapete bene che non posso accettarlo. Ancora credo nella scuola e nella professionalità degli insegnanti. Ancora.

Ho parlato di “conoscenza”, ovviamente riferendomi a tutto ciò che ruota attorno al mondo legislativo, dei diritti e doveri degli insegnanti, la pedagogia, la didattica e la psicologia. È ovvio che non ho tutte le risposte e non faccio miracoli.
Solo che ho iniziato a leggere il secondo libro di Gianluca Nicoletti e una cosa devo sottolinearla a beneficio di chi passerà da qui e leggerà. Lo faccio citando proprio lo scrittore che racconta, nel primo capitolo, un episodio che spezza la routine (necessaria) di Tommy:

“in rete sono molto più ascoltato che nella vita concreta, perciò qualche collega ha cominciato a chiamarmi, moltissimi hanno rilanciato il post dal loro account, la vicenda è diventata pubblica in un’ora e le solerti signore degli uffici stampa dei vari assessorati in Campidoglio si sono subito allarmate. Sono iniziate le telefonate imbarazzate, le scuse, le giustificazioni, le rassicurazioni. E il giorno dopo, grazie anche ad alcuni pezzi sui giornali, sono arrivati sms contriti…”

Ciò che voglio sottolineare è che… sì, ci stanno riducendo alla fame, sminuiscono la nostra professionalità portata avanti con sacrifici anche economici (quanti master e pezzi carta abbiamo a testa?), siamo da sempre considerati insegnanti di serie B e in una nazione che considera i suoi insegnanti di serie Z rispetto al mondo intero (e quindi quelli di sostegno di classificano in Zb)…
Sì lo so. Però abbiamo a che fare con degli esseri umani e abbiamo il diritto (e non il dovere: non può esserlo per quella IDENTICA appartenenza all’umanità) abbiamo il diritto di capire, comprendere non solo chi ha delle difficoltà ma anche i suoi genitori.
Io dico sempre ai miei colleghi che all’inizio dell’anno non prendiamo un “caso” ma il pacchetto completo.
Quando vedete qualcosa che lede il diritto di un bambino disabile, quando gli enti e il Comune non fa il proprio dovere, quando anche il dirigente fa spallucce, quando l’equipe dell’Asl e l’Asp (sarà il diminuitivo di ASPetta-che-ci-penso-e-forse-mi-dò-da-fare?) fa diagnosi a cazzi… beh… usate la rete, siate virali, mettevi in contatto e mettete in contatto chi ha problemi con qualcuno che forse ci è già passato.
INFORMAZIONE. È la più grande arma che abbiamo.

Mi è capitato di seguire un bambino la cui diagnosi era di ADHD e sarebbe stato più semplice (per me) se fosse stata realmente questa. Invece il bambino aveva stereotipie, pensieri pervasivi, e tutto l’ambaradan che faceva pensare piuttosto a qualcosa di più grave. Aveva bisogno di essere rassicurato con una routine e con tante altre cose che conosciamo benissimo, noi del mestiere. Ho usato l’ABA con lui, ho ottenuto grandi risultati. Eppure io non faccio diagnosi, non posso farle e nemmeno azzardarmi a dire che forse andrebbe rivista (le denunce fioccano anche per meno, oggigiorno). Il genitore sì. Lui può manipolare, se ha le adeguate conoscenze, anche la sua diagnosi. Per un anno intero mi sono dovuta rapportare al padre che mi chiedeva: quando supererà mio figlio il suo gap? La riposta che avrei voluto dargli era un durissimo MAI e non perché sono bastarda inside… perché io penso al bambino e mi girano tantissimo quando vedo che si fa tutto per tutti tranne che per lui. Allora ho pensato di buttare delle mollichine sulla strada augurandomi che sua madre le notasse. Lo sapete anche voi che tra i genitori prevale sempre una figura che nega con forza il problema del figlio e un’altra figura che si annulla completamente per lui. Sono sempre due modi (talvolta mondi) agli antipodi e non è mai detto che si tratti sempre della madre e sempre del padre.
In questo caso il potente negatore, colui che conosceva bene tutti i termini tecnici del caso (questo “gap” mi ha tormentato per un anno intero) era il padre. La madre del bimbo la martire. Eppure in lei ho trovato un piccolo spiraglio ed è stato in quella direzione che ho gettato le mie molliche: le ho parlato del sito Insettopia, le ho detto che lì avrebbe trovato qualcosa da leggere… Ho evitato di dirle che si trattava di autismo ma mi sono augurata che leggesse. Lo ha fatto. E quando mi ha detto che mi ero confusa, che in quel sito c’erano esperienze simili alle sue ma che si trattava di altre problematiche, io avevo già raggiunto il mio scopo: il seme del dubbio era piantato. Alla fine dell’anno la mamma ha trovato la giusta determinazione che le ha permesso di fronteggiare il marito e chiedere nuove visite e controlli per suo figlio. È risultato autistico.
Ovviamente evito di dire che non mi sarei arresa anche se questo tentativo non fosse andato a centro.

Ora… il mio messaggio per voi oggi è questo: siate virali. Non usate facebook, Twitter, solo per giochini deficienti, cioè sì fatelo pure che ogni tanto ci vuole (li faccio allegramente anche io) ma iniziate a prender coscienza di ciò che può rappresentare la rete. Nessuno ha le soluzioni a tutti i problemi ma almeno tentiamo di mettere in contatto la gente, leggere, INFORMARSI, incontrare virtualmente chi può sollevare l’animo anche solo per un attimo. Abbiamo a che fare con dei bambini. Questo non lo dimentichiamo mai! E nemmeno che prendiamo in carico il pacchetto completo.
Continuo a leggere il libro. Fatelo anche voi. E consigliatelo ai genitori che ne hanno bisogno.
Boa vida!

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