“Non faccio mai eccezioni. Un’eccezione contraddice la regola”

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Qui sopra, un mio ritratto di Benedict Cumberbatch. Qualcuno mi ha detto che e’ molto simile al vero e io ho risposto che prima di arrivare a questo risultato ho fatto tanti di quegli schizzi che potrebbe venirne fuori un’enciclopedia. Il titolo, invece, e’ una citazione da “Il segno dei quattro”.

Io adoro Sherlock Holmes. Fin da piccola sono cresciuta con il suo mito. Credevo che A. C. Doyle e Sherlock fossero la stessa persona. Avevo più o meno sette anni quando ascoltavo mio padre raccontare le sue avventure, rivedute e corrette esclusivamente per le mie giovani orecchie.
Quando ho acquisito la capacita’ di leggere in modo decente ho preso il primo libro di Doyle che avevamo in libreria, “Uno studio in rosso”.
Ricordo che l’incipit mi creo’ qualche problema. Avevo otto anni e quando mi capita di rileggere il libro, la mia mente mi riporta a quel giorno. Rilessi più volte le stesse righe con lo sguardo accigliato di chi non si vuole arrendere.

“Nell’anno 1878, conseguita la laurea in medicina alla London University, mi recai a Netley per seguire il corso di specializzazione come chirurgo militare. Completati i miei studi, fui regolarmente distaccato presso il Quinto Corpo Fucilieri del Northumberland in qualità di assistente chirurgo. All’epoca, il reggimento era di stanza in India e, prima che io potessi raggiungerlo, era scoppiato il secondo conflitto afghano. Sbarcando a Bombay, venni a sapere che il mio reparto aveva già attraversato i passi ed era ormai all’interno del territorio nemico. Molti altri ufficiali si trovavano, comunque, nella mia stessa situazione. Seguimmo quindi il reparto e riuscii a raggiungere sano e salvo Candahar, dove mi ricongiunsi al mio reggimento assumendo subito le mie nuove funzioni.”

Pensavo che il “reggimento” avesse più o meno la funzione del reggiseno che indossava la mamma, solo che mi sfuggiva lo scopo dello strano arnese.
Dovevo ancora attendere che la mia mente crescesse, biologicamente parlando, per poter apprezzare a fondo il genio letterario di Doyle. E così fu.

Sherlock Holmes mi ha accompagnato durante la crescita insegnandomi come fosse labile il confine tra il colpevole e l’innocente. E come, talvolta, si potesse verificare la scoperta di un innocente colpevole.
Sono cresciuta tenendo bene a mente una frase di Doyle : “Il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno si prende mai la cura di osservare.”
E’ vero. E’ sempre stato così, oggi come allora. Andiamo troppo di fretta, pensiamo di vivere ma siamo solo attraversati dalla vita, non ci soffermiamo sulle cose belle, ma lasciamo che ci venga incontro solo ciò che che si presenta spontaneamente e facilmente al pensiero o all’immaginazione, come cosa naturale, ordinaria, evidente. L’aggettivo deriva dal latino “obvius” che significa “che va incontro”(composto di “ob” e “via”, cammino). In sumero “ob” corrisponde a “ub” che significa “cielo”. Quasi come se la cosa ovvia fosse la via del cielo. In effetti, parrebbe così. Chi non si interroga su ciò che lo circonda, chi non ha intenzione di varcare la soglia dell’altro, vive in pace.
Poi arriva per ognuno il momento in cui la sacralità dell’ovvio sconvolge ogni progetto e affoga il presente in un mare vischioso di problemi. Agitarsi non conviene, in questi casi. Si rischia di affondare in un maelström di problemi da cui non sempre e’ facile riemergere. Si tratta di quell’ovvio dolore che tutti provano nella vita prima o poi. Comunque esso scelga di manifestarsi non manda mai un messaggio per avvertire che arriverà.
Ma passa, passa. Tutto passa. E quando riemergi sputando sangue misto a bestemmie dagli abissi, ti accorgi che non era poi così male restare a galla. Anche l’ovvia scialuppa su cui sali ti pare un translatantico. E spunta un altro insegnamento:

“La prova principale della vera grandezza di un uomo è la sua percezione della propria piccolezza.”

Piccoli esseri pieni di fretta, ci muoviamo nel limbo finche’ il dolore non ci investe e apre le porte della nostra mente. Ma la vita e’ strana,

“La vita è infinitamente più bizzarra di qualsiasi fantasia l’uomo possa concepire. Non oseremmo nemmeno immaginare ciò che in effetti non sono che eventi comuni della nostra esistenza. Se potessimo volare, tenendoci per mano, fuori da quella finestra per osservare dall’alto questa grande città, scoperchiare gentilmente i tetti e osservare le stranezze che accadono, le coincidenze bizzarre, i piani che vengono elaborati, il meraviglioso concatenarsi degli eventi nell’arco delle generazioni e i risultati quanto mai outrè che ne derivano, qualsiasi romanzo con i suoi convenzionalismi e le sue conclusioni scontate ci apparirebbe vieto e trito.” [Cit. da “Un caso di identità”]

Tutto e’ vieto, vecchio e abusato. Tutto tranne ciò che e’ ovvio, cioè che ti viene incontro. Così un giorno ti imbatti in qualcuno mentre stai procedendo per la tua strada. E magari, in quel preciso momento, stai facendo fatica a raccogliere i resti della tua anima sparsi per le stanze della vita. Sei in convalescenza dal dolore, come dopo una lunga malattia debilitante. Avverti che le ossa sono incrinate sotto il peso di quel dolore passato. Le mani ti tremano per il grande sforzo di spingere il masso che ostruiva l’uscita della tua caverna. Le gambe non ti reggono perché hanno camminato troppo avanti e indietro segnando un sentiero tinto da insonnia e silenzio.
Sei stanca e ti aggiri come un fantasma avvertendo la tua stessa impalpabile inconsistenza, attraversando gli altri e attraversata, come se nulla ormai ti importasse. Eppure scambi qualche parola con chi capita. Non entri nel dettaglio della tua ferita, perché sai che ognuno ha le proprie.
Accade, pero’, che il destino si muova su strani binari e quando meno te lo aspetti, spunti non aspettato e faccia scendere dai suoi vagoni qualcuno. Incroci una strana ragazza tra gli altri. Veste con una corazza da guerriera, e in effetti lo e’. Ma e’ anche una persona dal grande potere, ha un cuore così grande da poter accogliere tutti i dolori che trova per strada, cuccioli spauriti di un dolore, di mille dolori.

La vita e’ fatta di convenevoli. E convenevolmente conversi con lei del più e del meno. Finché non salta fuori lui, ancora una volta il tuo grande amore di carta, Doyle. O meglio, qualcosa che riguarda proprio Sherlock e un’altro tentativo di rivisitare il suo personaggio.
La sola cosa che pensi e’: “Non faccio mai eccezioni. Un’eccezione contraddice la regola.”
Doyle ti ha condizionato il pensiero ma ti ha allargato anche le prospettive durante l’infanzia, ricordi? E poi, che cosa diceva riguardo alla fantasia?

In un pomeriggio che ti vive trasparente come gli altri momenti della giornata, da un po’ a questa parte, decidi di dare un’occhiata a questa nuova serie.
Vita bizzarra, puoi tu decidere di trasformare un fantasma, attraverso una serie tv? Doyle volando per mano con il suo Sherlock hanno scoperchiato il tetto della mia casa e sono venuti a soffiarmi via tutta la convalescenza dal dolore. Un vento tiepido mi ha costretto a socchiudere gli occhi e ho di nuovo iniziato a vedere i colori che mi circondano. Vedevo in bianco e nero prima, non me ne ero resa conto.
Non vi meravigliate e non giudicate il mio modo di descrivere le cose. E’ il solo mezzo che conosco per far parlare il mio cuore. Un cuore che ha iniziato di nuovo a battere grazie a un piccolo, insignificante, magari discutibile interesse.
La maestria di Moffat e Gatiss, l’interpretazione meravigliosa di Benedict Cumberbatch e Mertin Freeman hanno riacceso il mio interesse verso qualcosa. Finalmente e dopo secoli di trasparenza ho ripreso in mano la matita e ho disegnato e disegnato. Poi ho rifinito al computer. Perché? Perché volevo solo ringraziare una persona, quella dal grande potere, che mi ha fatto contraddire la mia regola riportandomi dalla terra delle ombre. E’ stata la mia eccezione (strano che abbia la stessa radice di “eccezionale”, non credete?)
La vita e’ bizzarra a volte.

E a proposito, se voleste copiare, utilizzare in qualsiasi modo, l’illustrazione di questo post, contattatemi. Io chiederò l’autorizzazione alla sua legittima proprietaria. Perché l’ho fatta io, ma l’ho regalata a Jess con tutto l’affetto che riesco finalmente a sentire nel mio cuore.
Grazie guerriera!

Questo articolo fa parte del mio vecchio blog. Ci tengo a incollare i commenti di due splendide persone.

Bruna: Sei una persona straordinaria. Non aggiungo altro perché il resto lo sai. Jess non è da meno, sono felice di avervi trovato sul mio cammino *abbraccia*

Jess: Prima ti dicevo che non riuscivo a trovare le parole per dirti quanto bene mi abbiano fatto le tue parole o quanto fossi commossa. Ora invece le ho trovate. Ti ho voluto bene subito. Di solito sono io che attacco bottone con la gente, mi piace parlare con le persone e farle ridere. Ma con te è stato diverso. Sentivo il bisogno fisico di fare qualcosa, e nel mio piccolo, volevo davvero esserti di aiuto ma mai avrei pensato di esserci davvero riuscita. Ho pensato che fossi una persona estremamente intelligente, ma anche tanto dolce – e questo post lo dimostra – e volevo aiutarti. Sinceramente, non so cos’ho fatto per meritare tanto affetto da parte tua. Ma che ti voglio davvero tanto bene, infinitamente bene, spero basti per farti capire quanta voglia ho di abbracciarti e quanta felicità mi hai dato con le tue parole. Di oggi, come di tutti gli altri giorni.
*Stringe Anna e Bruna*

Scritto l’11 settembre del 2012 e sempre vero. ❤

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