Diavoli di Nuraiò, Flavio Soriga.

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Flavio Soriga, nel 2000, ha vinto il Premio Italo Calvino per inediti con la raccolta di racconti Diavoli di Nuraiò, edizione Il Maestrale.
Io ho scoperto il libro qualche tempo fa e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa.

Mentre leggevo il primo racconto ho avuto voglia di chiamare qualche amico sardo per chiedere le traduzioni di alcune parole, alcune frasi. Ma ero ancora troppo cerebrale e dove non riesce ad arrivare il cervello, poi arriva il cuore. Così, ne ho capito il senso e sono andata avanti nella lettura senza problemi.
Soriga usa in modo sapiente una prosa moderna molto ben curata. Quando usa la lingua d’origine, fa entrare direttamente, e senza alcuno sforzo, il lettore nel suo protagonista, meglio di una descrizione. Quando usa quella italiana, sceglie con cura le parole, anche inesatte: abile connotazione per parlare della cultura, dell’estrazione sociale di ogni protagonista. Solo chi conosce alla perfezione la lingua italiana sa piegarla ai propri scopi. Conoscere le regole per stravolgerle in modo intelligente. Questo lo ha ben capito l’autore.
In Soriga vedo forte l’influenza della scrittura di Camilleri. Il secondo lascia trapelare dalle parole l’indolenza dei siciliani, il primo la ribellione latente dei sardi.

Alla base di ogni racconto c’è uno studio centrato sui meccanismi che servono a costruire un testo che lasci il segno. Ottima la tecnica dell’autore. È un flusso di pensieri, flashback e ricordi che è messo così come dovrebbe, nel senso che, durante la lettura, non si avvertono note stonate, o parti superflue. Tutto è dosato alla perfezione.

Qui vorrei analizzare il primo racconto. Si tratta della storia di un pizzaiolo. È quella di ogni uomo che ha toccato il paradiso con un dito, ma nello stesso attimo in cui l’ha sfiorato, si ritrova a scivolare nell’inferno della vita, perdendo tutto ciò che di bello aveva trovato. La vita del pizzaiolo non è niente di speciale, un uomo come tanti, una vita simile a tante. Questo rende il lettore schiavo del racconto, perché anche se hai una posizione sociale che ti colloca ai vertici, da qualche parte dentro di te troverai quella vocina che sussurra: ehi, ma se tu allora avessi fatto… Il “se” che tormenta ognuno, grida nel racconto di Soriga e tiene inchiodato fino alla fine, perché alla fine sei tu il pizzaiolo anche se porti una ventiquattrore e poggi il sedere su una Ferrari.
Quindi, l’autore è riuscito a far girare la storia attorno a una sola emozione che esplode fin dalle prime pagine: il rimorso. Ha preso questa emozione e l’ha scaraventata addosso con il suo sardo, con i suoi ricordi, con tutto ciò che ha voluto, raggiungendo l’obiettivo che ogni autore si prefigge.

Credo che le sue origini siano il fulcro della personalità di Soriga come scrittore. Un sardo è incazzato, perennemente in lotta con il suo passato storico e il presente, messo sotto allo stereotipo che lo vuole piccolo, nero e con una lingua cantilenante, contadino o pastore, ai margini, anzi fuori dallo stivale italiano… Un sardo é facile all’incazzo, ti guarda e parla poco, e quando ti parla è capace che possa ferirti, centrarti come un bersaglio, farti restare senza parole. Gli stereotipi è così che considerano un sardo. Così come accade alla gente del sud.
Io sono del sud. Non sono piccola, nera e grassa come vorrebbero la maggior parte dei clichè, ma ho nel sangue la testardaggine della mia gente. Sono testarda come un mulo. Riempimi di pesi e morirò pur di portarli sulla schiena. Posso piegarmi, ma stai sicuro che se vuoi spezzarmi dovrai farlo con un’accetta. Ho il sangue caldo della gente del sud. Mi accendo. Sono una miccia. Prendo fuoco e posso accenderti senza che tu possa rendertene conto. Vengo dalla terra dei briganti e dei lupi. I primi al di fuori della legge, si rifugiavano tra i monti e venivano giù in città per mettere a posto il signorotto di turno. Avevano un loro codice d’onore anche se usavano la violenza. Io sono contraria a ogni forma di violenza ma nel sangue mi scorre l’identica rabbia verso l’ingiustizia, una rabbia che mi fa rifugiare tra i miei monti a preparare vendetta, e stai sicuro che quando l’avrò messa a punto, non avrai scampo, nessun luogo in cui rifugiarti.
La mia terra è anche terra di lupi, che hanno affrontato il loro cammino dalla Francia, attraversato tutta l’Italia, per stabilirsi tra gli stessi monti popolati dai briganti. Sono anche un lupo. Cammino per giorni e giorni, macino chilometri sotto alle intemperie, rimango digiuna se non trovo cibo sulla mia strada, mi lascio guidare dagli odori della terra e della pioggia, degli alberi e del muschio, del mare e della sabbia, ma alla fine trovo la mia casa. E quando non mi basterà più, mi rimetto in cammino, senza sentire la stanchezza, senza preoccuparmi della luna che avrò sopra la testa o il sole che cuocerà la mia pelle. Mi rimetto in cammino perché ciò che è vitale per me é la libertà. La mia mente è libera, ha lo stesso istinto dei lupi della terra in cui sono nata.
Ecco, quello che voglio dire è che le radici della propria terra d’origine sono parte integrante di ognuno di noi. Quando un autore riesce a trasferire le proprie radici nella scrittura, allora ciò che si legge è una voce interessante e originale. La personalità di Soriga è ben impressa tra le righe dei suoi racconti. Non è sapiente uso della lingua sarda, ma carattere e voglia di essere attraverso ciò che si scrive.

Nel suo primo racconto, Soriga mi ha profondamente commossa. Mi sono salite le lacrime agli occhi alla fine. Mi ha toccato il cuore. E mentre sentivo la gola stringere all’emozione, ho detto: bellissimo, bellissimo racconto. Mi ha lasciato delle forti sensazioni.
Ecco, questo libro è assolutamente da leggere.

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