L’incanto di Cenere, Laura MacLem

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Della favola esistono più di 300 versioni e centinaia di adattamenti cinematografici. Si può discutere passando dalle tradizioni orientali a quelle occidentali, salendo e scendendo negli anni come se fossero colline erbose; si può pensare a Yen-Shen che ha il piede “più piccolo del regno”; oppure che la protagonista si chiami Cenerentola ma indossi un anello o un braccialetto invece delle scarpine in cristallo; si può anche parteggiare per la versione dei fratelli Grimm o quella di Perrault o apprezzare la versione di Calvino, ma di sicuro, non si può fare a meno di lei. Della favola o di Cenerentola?

E se qualcuno, invece che guardare la solita fotografia della fanciulla in questione, prendesse in considerazione il suo negativo?
È quello che ha fatto l’autrice di “L’incanto di cenere”. Laura Maclem è, e lo affermo senza esitazioni, l’unica scrittrice italiana di fantasy che non mancherà mai nella mia libreria.

L’ho detto che l’unica scrittrice italiana che prendo in considerazione per il fantasy? E badate che non me ne lascio sfuggire uno/a eh? Nemmeno di quelli che si auto pubblicano, si traducono e si esportano da soli, si portano alle stelle e si gettano nelle stalle, si lamentano del proprio genio incompreso e delle grandi case editrici da cui non vengono presi in considerazione…
Lei fa quel che sa fare meglio, che forse – mi auguro! – la fa stare meglio: scrive e si fa leggere. Eccome si fa leggere! Ma bando alle ciance e veniamo al dunque, che le mie recensioni escono sempre più strane del solito…

Per la trama di “L’incanto di cenere” copio dal sito di Asengard:

“Una fanciulla e le sue sorellastre, una scarpina di cristallo, topi e zucche e un grande ballo, ma soprattutto un terribile segreto e un patto diabolico…”

Non ho intenzione di dirvi altro, infatti. Consiglio solo caldamente di acquistare una copia. Hic et nunc. L’uso del latino è voluto, perché qui siamo di fronte a una scrittrice che la lingua italiana la conosce alla perfezione e – udite, udite! – sa anche usarla in modo appropriato. Ah, perché allora ho usato il latino? Beh, perché oltre alla cultura, c’è anche molta eleganza e raffinatezza. Certo, avrei potuto usare il francese e c’est tout, ma Maclem mi ispira più il latino. Antica saggezza, come antica è la magia di cui si parla nel libro.
Il prologo si apre con un incipit che da solo mi ha fatto comprendere il grado di maturazione e la bravura della scrittrice:

“Genevieve tirò l’orlo della veste, ma non lo fece troppo forte. Non voleva strapparla, qualora fosse impigliata più saldamente di quanto credeva. Fortunatamente era soltanto un viticcio rinsecchito, per cui la stoffa tornò a posto senza sciuparsi.”

Sì, vabè, non chiedetevi troppo perché io abbia apprezzato questo incipit che di per sè potrebbe non dire nulla di eccezionale, se siete abituati a leggere con poca attenzione… Se invece ponderate ogni parola, come se fosse una piccola goccia del nettare degli dei che va a nutrire quei poveri, piccoli, indisciplinati neuroni che vi girano nel cervello, insieme forse a qualche criceto o scimmia – io c’ho un’intera giungla, eh! – beh, allora quel nettare vi avrà trasformati in lettori “empirici” e sarete rimasti impigliati nelle maglie intessute dagli indizi che ha disseminato l’autore modello tra queste pagine – ricordate il discorso di U. Eco in “Sei passeggiate nei boschi narrativi” che facevo nello scorso articolo?

La prima volta che ho letto il libro ero in preda alla voglia impellente di andare fino in fondo, vedere come andava a finire. Come accade in questi casi – a me non so a voi – apprezzo la storia e l’uso della lingua italiana, la sua musicalità, le immagini e i colori che ne percepisco. Ma se un libro mi piace e non ne ho avuto “abbastanza”, allora, dopo qualche tempo, lo rileggo. Alla seconda lettura, scopro cose che prima mi erano sfuggite, per via della voglia di finire. È in questo caso che apprezzo veramente lo scrittore e il suo talento. Nel caso dell’incipit di Maclem, l’attenzione si è fermata immediatamente sulla veste di Genevieve e su quel “viticcio rinsecchito”. In queste due immagini è racchiusa la storia del libro.
Tralasciando Genevieve, che è la protagonista e che inevitabilmente rimane nel cuore, quel viticcio destinato a rinsecchire è l’immagine più spaventosa della storia. E infatti, più avanti si legge:

“Viticci simili a tentacoli si arricciarono su se stessi in ampie spirali, infinite come il tempo che scorre, come ruote in corsa, e germogliarono foglie più taglienti di lame d’acciaio, con orli capaci di ferire mortalmente, di uccidere.”

Perché questa non è mica roba per ragazzi, eh? Favola dark, con un pizzico di fantasy, una spolverata di horror – oh, naturalmente con quelle spezie che fanno starnutire e star male – cubetti perfetti di vita familiare che “la vita non è facile per una donna” – specie se se sei vedova e hai due fanciulle cui dare dote e futuro – una manciata di petali di rose, di quelle che profumano di vero amore, un cucchiaino di miele dolce fatto dell’amore di una sorella maggiore per la minore, e per finire tanto ma tanto latte… Che c’entra il latte, ora?

“… il seno che pulsava, e l’unico pensiero che le venne fu che non voleva avere figli, se si sentiva quel dolore nell’avere il latte, no, mai…”

Il latte di una madre, che dà nutrimento a una neonata non partorita dal suo grembo, può cambiarne la natura?

“Nessun dio, neanche Dio, può niente contro di Lei, perché è sua madre, e nessuno può nulla contro la Madre, la grande scrofa che divora i suoi piccoli…”

La Dea, la Madre, Ecate, Proserpina, Lilith… Antiche forze evocate, stregoneria che a sua volta si contrappone con altre forze e altra magia antica.

Eppure, in tutto questo danzare di ombre e demoni, non manca, giacché di danze si parla, appunto il ballo. Meravigliose le descrizioni dei vestiti, fantastica la scena in cui appare il principe. Che poi a dirla tutta, a me i rampolli delle case reali, cinematografiche e favolistiche, mi sono sempre sembrati inconsistenti. Quando ho visto Azzurro di Shreck, ho detto: ecco, proprio il principe che immaginavo. In tutte le favole. Oh, ma questo de L’incanto… Me ne sono innamorata fin da subito. È bastato che Genevieve parlasse di libri e autori, perché lui ribattesse:

“«Cartesio dice un mucchio di sciocchezze, a mio avviso: concordo con lui sulla necessità di una valutazione razionale basata su modelli logici, ma non sul fatto che tutto si possa ricondurre a essi. Chiunque abbia guardato una volta negli occhi un cane fedele, e ammetto di essere parziale giacché il mio vecchio segugio per me è alla stregua di un fratello, non può pensare che sia soltanto una macchina biologica che risponde agli stimoli. Non credete, mademoiselle?»”

Un uomo che legge e che ama gli animali? E che sa fare un ragionamento di senso compiuto? Ma è da sposare… Vorrei il suo numero di telefono e l’indirizzo, please… Dai, uomini… Non me ne vogliate. Scherzavo… *tossice con indifferenza*

Ehm… Ho detto troppo del libro? Ma no… Ho solo toccato alcuni punti, sono rimasta in superficie. A voi l’onore di andare sott’acqua così come ho fatto io. Troverete un mondo sommerso tra le pagine e anche una lezione fondamentale, rivolta alle donne quanto agli uomini: nella vita:

“Dipende da che scarpe si indossano quando ci si incammina… tanto per le scarpe quanto per la fantasia, non sai mai dove puoi finire, se non sono quelle giuste.”

Uhm… Dovrei smettere di camminare scalza e decidermi a indossare un bel paio di scarpette anch’io…
Boa leitura e boa caminhada 😉

Per saperne di più e acquistare il libro:
http://www.stellascarlatta.com/
http://www.asengard.it/catalogo_dettagli.php?id=22

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