Una favola megalitica

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La prima volta che ho sentito parlare di Coral Castle e del suo costruttore ho pensato che si trattasse di una favola romantica, dolce e terribilmente triste allo stesso tempo. Da una decina di anni a questa parte, invece, in programmi televisivi e in tutto il web imperversano notizie a riguardo, teorie e magari anche avvistamenti alieni.
Rimane un bel mistero, oppure una delle più grandi prese in giro del secolo.
Iniziamo con la favola.

C’era una volta la mente di un uomo dalla corporatura invece incredibilmente minuta ed esile. Questa disparità di grandezze, visibili e invisibili, produsse un castello composto da megaliti di oltre 30 tonnellate di peso.
Tutto ebbe inizio a Riga, in Lettonia, nel 1887. Una forma di nanismo dovuta a problemi ormonali, fermò la crescita di Edward Leedskalnin alla statura di 1,39 m. Anche il suo peso rimase contenuto, non superando mai i 52 kg. Il suo fisico da preadolescente non gli impedì di innamorarsi. Lo fece perdutamente all’età di 26 anni. Siamo nel 1913, quando Edward conobbe una ragazza molto più giovane, Agnes Scuff. Lei era molto bella e, come nelle migliori favole (o nella realtà?) anche terribilmente superficiale e vuota.
Dopo uno strenuo e insistente corteggiamento Ed vinse, o convinse, il suo cuore. La storia d’amore tra i due sembrava destinata a un matrimonio felice. La famiglia Scuff era ben lieta di far acquistare come genero quell’uomo che non era certo un adone, ma serio oltre che onesto e gran lavoratore. Per di più si dimostrava sinceramente innamorato. Tuttavia Agnes, soprannominata da Edward la “dolce sedicenne” (“Sweet Sixteen”) era pur sempre un’adolescente: poteva accettare quelle nozze? Fece di più: il giorno prima della celebrazione, la ragazza rifiutò Leedskalnin, cacciandolo da casa e urlandogli che mai avrebbe sposato un essere “mostruoso” come lui.
Edward, fu profondamente colpito da questo ripudio.
A causa del mancato matrimonio mollò tutto, famiglia, lavoro e amici: iniziò a viaggiare per l’Europa. Forse fu in quel periodo che iniziò a ragionare su quale fosse un buon modo per dimostrare la sua grandezza, quella che tutti non riuscivano a percepire perché troppo impegnati a usare gli occhi.
Tra i monoliti di Stonehenge, concepì la sua idea favolosa.
Poi scoppiò la prima guerra mondiale ed emigrò in America. Il clima freddo delle regioni dei Grandi Laghi furono micidiali per un fisico esile e fragile come il suo. A New York contrasse la tubercolosi e così, quasi obbligato, nel 1918 si trasferì a Florida City, piccola cittadina all’estremo sud dello stato omonimo.
Qui acquistò dieci acri di terreno e decise di costruire la sua Stonehenge: Coral Castle.
La traduzione italiana farebbe pensare a un castello di corallo, invece creò un giardino di pietra. Infatti, in origine il nome fu “Rock Gate Park”. Utilizzò un’arenaria rossiccia tipica della Florida meridionale chiamata “coral”.
La favola romantica finisce con la conferma che la “dolce sedicenne” era solo un vuoto a perdere.
Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale fu informata da alcuni conoscenti comuni che il suo ex fidanzato aveva realizzato per lei Coral Castle, sperando che comprendesse la grandezza del suo amore. La donna rispose in modo laconico: “Non ho voluto sposarlo quando ero sedicenne, e non voglio sposarlo ora”.
Molti anni dopo alcuni giornalisti americani rintracciarono Agnes in Olanda, all’età di 83 anni. Le parlarono del parco megalitico e la invitarono a Homestead per visitare la costruzione realizzata in suo onore: le avrebbero dedicato uno special in tv. Ma nemmeno stavolta dimostrò un minimo di acume e stupidamente bocciò il tutto con un definitivo “No, grazie, non mi interessa”.
Beh… nemmeno a me interessa discutere oltre di Agnes. Fosse stato un ministro o un’imprenditore, forse la storia si sarebbe svolta diversamente. Certe cose faticano a cambiare, anche se passano secoli. E poi, certo lui non era bello come il vampiro luccicante di twilightiana memoria. Pero’ non posso fare a meno di immaginare l’altro Edward scolpire e collocare i blocchi di “coral” di dimensioni colossali per rendere un luogo fortemente evocativo, ricco di simbolismi legati alla Terra e alla natura, non all’amore.
Alla fine della favola, però arriva il bello: tutte le ipotesi per comprendere “come” sia riuscito a erigere megaliti alti dieci metri un ometto alto 1,39 m. Alcuni pensano alla griglia magnetica del pianeta. Altri ipotizzano l’uso di ultrasuoni o di un sistema di antigravità. C’è chi afferma che in realtà avesse realizzato i blocchi in uno speciale cemento sedimentario colato in appositi stampi collocati in situ. Alcuni bambini, testimoni dei suoi segretissimi spostamenti, dissero che il lettone utilizzava palloni pieni di idrogeno per sollevare i blocchi (la conoscenza della fisica da parte dei bimbi del primo novecento e’ sconvolgente!).
L’unica cosa certa e’ che Ed usò attrezzi semplici come picconi, vanghe, piccoli pali e carrucole adatte a trasportare solo mattoni per erigere i suoi megaliti. Il fatto è che Edward non lavorò mai alla luce del giorno: per 28 anni lavoro’ sempre e solo di notte, dal tramonto all’alba, alla luce di fioche lampade a petrolio, per cui nessuno poté mai vedere i suoi segreti costruttivi.
E della sua amicizia con Tesla vogliamo parlarne? Na próxima vez!

Prevedo che questo pezzo su Leedskalnin non lo finirò mai… Olà!

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